Quando si parla di istituzioni psichiatriche si rischia sempre di generalizzare la discussione, e di affrontare il tema senza tener conto delle persone che in primis pagano le conseguenze delle scelte di altri. Dalla riforma Basaglia in poi è diventato difficile parlare di pratiche manicomiali e di abuso farmacologico.
C’è qualcuno però che vuole sottrarsi alla confusione del dibattito ed alla censura mediatica, e lo fa mettendo in primo piano il rispetto della persona: il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud.
L’argomento “salute mentale” è controverso e scientificamente poco supportato; persino l’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) non è stata capace di elaborare una definizione condivisa del termine.
Il termine “salute mentale” indica uno stato della condizione psicologica in cui si trova l’individuo; l’interpretazione dei comportamenti determina una valutazione di maggiore o minore “salute”. Questa risulta dunque frutto di una valutazione di una condizione di normalità ed equilibrio della persona. Ma chi decide cosa è normale e cosa non lo è? Proprio l’ossessiva ricerca della normalità ha creato quello strano processo di proliferazione di patologie legate a qualsivoglia attività umana non coerente con gli standard di “mercato comportamentale”. Non solo si trova la malattia, ma si trova anche l’antidoto. Il farmaco quasi precede la malattia. In inglese si chiama DISEASE MONGERING, che si potrebbe tradurre in “commercializzazione delle malattie”. Un percorso che va dalla creazione a tavolino di un disturbo alla sua consacrazione ufficiale, fino a quando il prodotto farmaceutico che lo “combatte” non diventa un vero e proprio blockbuster, ovvero un farmaco con prescrizione di ricetta medica che ha superato i 10 milioni di dollari l’anno di vendite.
Riportiamo le riflessioni a cui siamo giunti dopo alcuni incontri con il Collettivo antipsichiatrico Antonin Artaud di Pisa, che da anni si occupa della questione.
Istituzioni totali
Bisogna prendere in particolare considerazione due aspetti: il sistema di coercizione legato alle istituzioni totali e l’uso e abuso di terapie farmacologiche. Nel nostro paese attualmente sono sparse sul territorio strutture dove le persone rinchiuse si vedono private della propria libertà e della propria identità e costrette ad acquisire e accettare canoni comportamentali imposti dalla società che ha deciso di espellerle.
Si parla di veri e propri “non-luoghi”, frutto dell’allontanamento e dell'esclusione voluti da un sistema che coltiva la paura nei confronti di chi è diverso, di ogni pensiero critico e di ogni comportamento non conforme/deviante dove le persone diventano “malate”, recluse, clandestine.
Nelle carceri italiane, nei reparti psichiatrici, negli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, nei Centri di Identificazione e di Espulsione per migranti, tutti i giorni si verificano abusi e violenze e i più elementari diritti umani sono costantemente violati. In questi luoghi si arriva a legare, a picchiare, a stuprare, a torturare e molto spesso si muore. Avvengono quotidianamente gravissimi episodi che però suscitano poco interesse nell’opinione pubblica e dei mass-media.
Le istituzioni totali sono zone d’ombra, impenetrabili e lontane dagli sguardi di tutti, in cui è possibile commettere ogni sorta di abuso avvalendosi di sicura impunità.

Istituzioni totali psichiatriche
Capita a volte di leggere, nelle cronache quotidiane dei mass-media, di violenze e abusi perpetrati all’interno delle carceri italiane e dei CIE. Istituzioni totali al cui interno conflitti e abusi vengono in realtà consumati sistematicamente.
Ma raramente escono allo scoperto, raramente arrivano alla conoscenza dell’opinione pubblica; e le poche volte in cui ciò accade è grazie alla buona lena di attivisti dei movimenti antirazzisti e dei movimenti contro il carcere.
Ci sono poi istituzioni totali che ai media interessano ancora meno, e che non finiscono mai in prima pagina. Stiamo parlando degli ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e dei reparti psichiatrici ospedalieri (SPDC, Servizi psichiatrici di diagnosi e cura).
OPG
In Italia esistono 6 OPG : Montelupo Fiorentino, Reggio Emila, Aversa, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione delle Stiviere; quest'ultimo è l'unico gestito dal Ministero della Sanità con dentro personale sanitario (infermieri e medici psichiatri); gli altri sono gestiti dal Ministero di Grazia e Giustizia. Questi istituti sono veri e propri manicomi criminali.
A fronte di una “capienza” di circa 600 persone, nel 2007 le persone internate erano 1266. Sono luoghi dove l’abuso farmacologico, la pratica della contenzione, la negazione di terapie alternative sono sistematicamente utilizzati. La normativa italiana fa sì che la persona che finisce all’interno di un OPG abbia serie difficoltà ad uscirne a prescindere dalle condizioni socio-sanitarie. La pena, nel periodo di permanenza forzata in un OPG viene sospesa, per cui il ricoverato una volta uscito dovrà finire di scontarla in una struttura carceraria. Maria Grazia Giannichedda in un articolo comparso su Il Manifesto del 22 agosto 2007, denunciava il vuoto politico e legislativo intorno agli OPG, ricavandone un quadro molto grave della situazione. Giannichedda metteva in risalto anche il tipo di selezione che viene messo in atto negli OPG, nel momento in cui è cresciuto a dismisura il numero degli internati per “reati minori” (quasi il 50% del totale), mentre gli internati negli OPG per gravi reati di sangue si fermano al 16%. Giannichedda afferma che gli «“ospedali psichiatrici giudiziari”, che hanno sostituito i vecchi manicomi criminali, potrebbero in molti casi essere sostituiti dall'affidamento ai servizi di salute mentale e altre misure alternative. Ma i servizi mancano, e l'inerzia è forte. Così restano sovrappopolati. Rinchiudere è più facile che curare. Una buona metà degli internati negli OPG ha commesso reati minori, ma spesso la “misura di sicurezza” si prolunga molto più della carcerazione corrispondente. Secondo i dati ufficiali resi noti da Antigone si verificano negli OPG oltre 500 episodi di coercizione l’anno. Un internato su sei, spesso più di una volta, vive l’esperienza della contenzione. I letti di contenzione sono abitualmente usati in tutti e sei gli istituti, secondo protocolli operativi e terapeutici non sempre chiari.
Reparti ospedalieri
I reparti ospedalieri chiusi, sono un altro esempio di aggressione all’individuo, dove la persona rischia di entrare a prescindere dalla propria condizione psico-sanitaria. Nei reparti chiusi l’abuso farmacologico è pratica costante, oltre, naturalmente, ad altre pratiche di “presunta” portata scientifica come l’elettroshock e la contenzione fisica. Ma come si finisce in un reparto chiuso? La maggior parte delle volte si arriva in reparto perché viene valutata la necessità di intervenire sulla persona con un trattamento sanitario obbligatorio (TSO). E, a prescindere dalle condizioni sanitarie, la persona può essere trattenuta per 7 giorni. Il TSO è un provvedimento che fino a ora (sono previste proposte di modifica della legge ancor più restrittive) deve essere autorizzato dal sindaco su proposta del medico e deve essere notificato dal giudice tutelare entro 48 ore.
Però nei reparti chiusi italiani queste regole sono state agevolmente superate dalla prassi. La persona non è informata della propria situazione (e quindi non può scegliere tra il trattamento sanitario obbligatorio e quello volontario), e spesso il TSO precede la notifica del sindaco. Per poter fare un TSO su una persona, i medici devono valutare tre condizioni: che le alterazioni psichiche siano tali da richiedere interventi urgenti, che la persona rifiuti la terapia, che non vi sia la possibilità di un’assistenza pari a quella ospedaliera.
“Buona” pratica dei reparti chiusi è il sistema di intimidazione che si sviluppa intorno alla persona “trattata”, che dinnanzi all’aut-aut “o vieni di tua volontà o ti veniamo a prendere a casa”, decide di sottoporsi, per timore di ritorsione, al TSV.
Anche l’ASO, ovvero l’accertamento sanitario obbligatorio, è utilizzato come uno strumento di coercizione: obbliga la persona a sottoporsi a visita e molto spesso è convertito in ricovero. Le procedure sono aggirate e le informazioni non vengono comunque “condivise”.
Nei reparti, come abbiamo già detto anche per gli OPG, la somministrazione di psicofarmaci è l’unica risposta che viene data alla persona. Ansiolitici, neurolettici, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore ed antiepilettici vengono usati senza motivo clinico, ma solo con l’intento di controllare la persona e di renderla inoffensiva e incapace di comprendere la sua condizione. Sedare e contenere. Naturalmente, nessuno, tranne il medico che ti riempie di medicine, può procedere a scalare quantità di psicofarmaci o proporre cure alternative.
Nelle strutture psichiatriche italiane, distribuite sul territorio dalla riforma Basaglia, si riproduco gli stessi meccanismi dei tanto detestati manicomi del pre-riforma. Violenza fisica e psicologica, negazione dei diritti, abusi di ogni tipo. Le persone si ritrovano sole, in contesti isolati dal resto del mondo, e trascinati in una condizione di subalternità rispetto a chi ti lega o ti seda. Non è più la persona a decidere della propria sorte.
Pratiche manicomiali
Essendo luoghi chiusi, per l’appunto, è difficile dar prova di quanto avviene nei reparti. Una prova eclatante di ciò è il caso di F.M., morto nell’ospedale di Vallo della Lucania al terzo giorno di TSO dopo esser stato tenuto per 80 ore legato alle mani e ai piedi, senza mangiare (soluzioni fisiologiche a parte) e in una posizione orizzontale che ha compromesso così la normale attività respiratoria. Il tutto sotto l’effetto di psicotici somministrati da infermieri “poco attenti” e medici senza scrupolo. Se a questo aggiungiamo che F.M. era stato un noto attivista anarchico e che nella sua vicenda personale e politica tante volte aveva ricevuto trattamenti speciali dalle forze dell’ordine, le tesi di cospirazione nei suoi confronti, che anch’egli denunciava, sembrano prendere forma tangibile. Al momento del suo “arresto-ricovero” addirittura furono impiegate forze dei carabinieri, della polizia municipale, della polizia e della capitaneria di porto. La sua storia è venuta fuori grazie all’operato del “Comitato verità e giustizia per Franco” che è riuscito a diffondere il video ripreso dalla telecamera interna del reparto mettendo così in discussione l’operato di medici e infermieri. Notizia di questi giorni è che l’USL ha deciso di essere parte civile del processo.
Di casi strappati al silenzio ce ne sono anche altri: E.I., di origine nigeriana, entra in reparto con il TSV. Dopo due giorni decide di andar via. I medici trasformano il TSV in TSO. Per contenere l’uomo viene chiamata la polizia. L’uomo muore nel frattempo per arresto cardiaco. A Livorno anche ad M.R. nel 2008 il TSV è stato trasformato in TSO, e si è risolto con due settimane in più di “internamento”. R.M. nel giugno 2007 muore per arresto cardiocircolatorio nel reparto psichiatrico di Empoli. Anch’egli è trattenuto contro la sua volontà dopo un ricovero in TSV. L’abuso farmacologico è tra i possibili scenari che hanno determinato il decesso. G.C., venditore ambulante di Cagliari, è morto nel 2006 dopo sette giorni di contenzione fisica e farmacologica. Per questo caso il primario del reparto ed uno psichiatra sono stati rinviati a giudizio per omicidio colposo.

Malasanità o deficit strutturale?
Le istituzioni psichiatriche cercano di minimizzare gli accadimenti più gravi, cercando di farli rientrare semplicemente nella normale casistica di “malasanità”. Il Collettivo Antonin Artaud vuole mettere in discussione proprio questo approccio al problema.
Le pratiche psichiatriche nei reparti chiusi e negli OPG sono frutto della “conservazione di dispositivi e strumenti propri dei manicomi, quali la gestione del tempo quotidiano, dei soldi, l’obbligo delle cure ed il ricorso alla contenzione fisica e farmacologica”. Il problema non è legato ad una disfunzione del sistema ma probabilmente al sistema stesso che non è riuscito a scardinare la figura del cosiddetto “malato di mente”, relegandolo ai margini della vita sociale. Se nel 1978 gli internati erano 54.000 e il movimento annuo di ricoveri si aggirava intorno ai 190.000, ora il numero dei ricoveri annui si aggira intorno ai 600.000. Mentre nel 1978 esistevano un centinaio di Ospedali psichiatrici provinciali con una capacità di ricovero di oltre 80.000 persone, ora esistono una miriade di strutture, medio-piccole la cui capacità di ricovero è difficilmente inseribile in dati statistici, vista anche l’alta incidenza di TSO e ASO. Persino l’associazione di Psichiatria Democratica (che ha un’impostazione basagliana che non nega l’esistenza della malattia mentale) nel suo ultimo congresso del maggio 2010 è stata costretta a inquadrare la situazione per quello che è chiedendo di «porre in essere il pieno superamento degli OO.PP.GG, di sviluppare pratiche di deistituzionalizzazione delle nuove articolazioni istituzionali (dagli S.P.D.C. alle Residenze etc.) […] rifiutando, decisamente, ogni pratica coercitiva (contenzione e isolamento) e ogni forma di discriminazione e razzismo». Sempre secondo Psichiatria Democratica questi processi di necessaria riforma sono insabbiati da «forti ostacoli per la rigogliosa ripresa, in una parte non marginale del mondo psichiatrico accademico e non, del riduzionismo neo-biologista», definito come «tendenza che va contrastata con maggiore forza e vigore anche alla luce dei sempre più consistenti tagli indiscriminati che si registrano nei confronti delle fasce più deboli del Paese da parte del Governo centrale che rafforzeranno, inevitabilmente, il modello di separazione e segregazione delle fasce deboli a danno del modello e delle pratiche di Salute Mentale».
È importante però sottolineare che nonostante questi buoni propositi di Psichiatria Democratica il movimento antipsichiatrico riscontra una forte divergenza con quello che poi risulta essere il loro operato effettivo.
Infatti il movimento antipsichiatrico si trova quotidianamente a lavorare con persone che hanno subito abusi come ricatti, contenzione, isolamento da parte di distretti di salute mentale gestiti da quella psichiatria che si professa democratica e basagliana. A Trieste, ad esempio, fiore all’occhiello della psichiatria basagliana si sono registrati casi di contenzione, violenza e negazione dei diritti umani all’interno dei reparti e dei centri di igiene mentale: come nel caso di C.G. che, come risulta tra l’altro da varie foto che circolano in rete, è stato legato e percosso. Oppure come a Empoli dove nel giugno 2007 R.M, inizialmente entrato in reparto di sua volontà e poi trattenuto in regime di TSO in seguito alla legittima richiesta di tornare a casa, è deceduto per arresto cardiocircolatorio probabilmente causato da eccessivo bombardamento farmacologico.
Il collettivo antipsichiatrico, in base all’esperienza raccolta, ritiene che Psichiatria Democratica, alla stregua dei fatti, perpetri gli stessi abusi della psichiatria organicista tanto deplorati.
L’Istat ha pubblicato i dati sui ricoveri psichiatrici relativi al triennio 2004-2006. Numeri analizzati dal Servizio di psichiatria ed epidemiologia comportamentale del Cotugno di Napoli, dal team coordinato da Fabrizio Starace: nel 2006 sono stati registrati in Italia 318.043 ricoveri con diagnosi psichiatrica (di cui 74.327 in day hospital). I ricoveri per Trattamento sanitario obbligatorio (Tso) rappresentano il 4,3% e corrispondono a un tasso di 17,6 ogni 100.000 abitanti.
I dati relativi all’utilizzo del TSO mostrano un decremento passando da 18 per 100.000 abitanti a 17,6. Fenomeno non omogeneo: le Regioni con i tassi più contenuti sono il Friuli Venezia Giulia (5,7), la Basilicata (6,6) e la Toscana (7,6); all’opposto si collocano la Sicilia (29,1), l’Emilia Romagna (28,3) e l’Abruzzo (24,4). A parte i Dsm (Dipartimenti di salute mentale: 190 in Italia), l’attuale rete territoriale di servizi comprende una gamma di strutture: Centri di salute mentale (Csm), Centri diurni (Cd), Day-hospital (Dh), Servizi per l’inserimento lavorativo, Strutture residenziali (Sr) e Servizi psichiatrici di diagnosi e cura (SPDC). Ma come sono distribuiti i 190 Dsm? Settantasette (41%) servono una popolazione tra i 100.000 e i 250.000 abitanti, mentre per altri 68 (36%) il bacino di utenza è tra i 250.000 e i 500 mila abitanti. Quattro Dsm nel meridione assistono oltre un milione di persone. I Csm, ovvero i servizi di base più importanti, sono 707. In Molise non sono mai stati attivati. Devono essere aperti, anche per interventi domiciliari, almeno 12 ore al giorno per 6 giorni la settimana. Solo 112 Csm (15,8%) sono aperti almeno 72 ore su 6 giorni la settimana. Frequente l’orario ridotto nei prefestivi e festivi, o la chiusura completa. Liste d’attesa? Mediamente quasi 8 giorni (7,8%). Ma ci sono picchi di 75 giorni. Nel complesso in Italia (Sicilia esclusa), vi sono 4.113 posti letto nelle strutture pubbliche (0,79 per 10.000 abitanti). Le case di cura psichiatriche, ubicate in 10 tra le 20 Regioni censite, sono 54, con 4.862 posti letto. Il Lazio, la Campania e la Calabria hanno il minor numero di letti nelle strutture pubbliche e presentano la più elevata concentrazione nelle case di cura. Ma in Italia sembra riemergere la logica dei manicomi. Circa l’80% dei SPDC ha le porte d’ingresso chiuse a chiave. Dai dati della più recente ricerca condotta dall’Istituto superiore di sanità risulta che in 3 su 10 dei reparti visitati c’era almeno una persona legata, fino a 4 contemporaneamente in alcuni. Gli uomini più delle donne, gli immigrati più dei locali. In uno a essere legata era una ragazzina di 14 anni. 200 SPDC sui 285 totali dichiarano di attuare la contenzione meccanica e di usare un camerino di isolamento. Gli altri 85 dichiarano di non ricorrere mai alla contenzione. E nei reparti di neuropsichiatria infantile, per esempio, bambini tra i 9 e 14 anni vengono legati al letto e trattati con super dosi di psicofarmaci. Malgrado la disponibilità ormai diffusissima di educatori, accompagnatori, volontari.
E torna la medicalizzazione dei disturbi mentali. «Le persone rischiano di nuovo di essere rinchiuse dentro mura ancora più spesse di quelle del manicomio. Sono le mura costruite dalla forza del modello medico e dal ritorno prepotente di una psichiatria che vede solo malattia, che fonda la sua credibilità sulla promessa della sicurezza e dell’ordine, su fondamenti disciplinari quanto mai incerti e controversi. Questa psichiatria è tornata nei Servizi psichiatrici di diagnosi e cura ospedalieri “blindati”, nelle affollate e immobili strutture residenziali, in comunità senza tempo che si dicono terapeutiche e che si situano fuori dal mondo delle relazioni, nei Centri di salute mentale vuoti e ridotti a miseri ambulatori», afferma Mario Pappagallo dalle pagine del Corriere della sera, 13 febbraio 2010.
Al quadro già di per sé grave che emerge dalla lettura dei dati sulla coercizione psichiatrica dobbiamo aggiungere le proposte di riforma del sistema che in questo momento sono in discussione in parlamento. Paolo Guzzanti ha presentato una proposta di modifica che prevede l’allungamento del TSO a tre mesi e modifica la prassi dell’autorizzazione facendola diventare una semplice comunicazione al giudice tutelare da effettuarsi entro 48 ore. A questo bisogna aggiungere l’offensiva della casta degli psichiatri che vorrebbero “rimodulare” l’utilizzo dell’elettroshock e ridistribuirlo sui territori con una spalmatura all’interno dei reparti psichiatrici. A proporlo è proprio il prof. Cassano, tanto noto a Pisa per il suo utilizzo, e già più volte messo in discussione per questo e per l’abuso di somministrazione farmacologica.
Ci imbattiamo quotidianamente con un mondo che è stato convinto che bisogna curare la testa con la chimica e con il controllo. Un mondo che per lavorare, per dormire, per studiare, per giocare da bambino usa lo psicofarmaco. Secondo il rapporto OsMed (Osservatorio nazionale sull'impiego dei medicinali), un report annuale elaborato dall'Agenzia italiana per il farmaco e dall’Istituto superiore di sanità per monitorare la spesa farmaceutica in Italia, negli ultimi dieci anni indica che le quantità di medicinali assunte dagli italiani sono quasi raddoppiate e naturalmente il consumo di antidepressivi è lievitato in maniera esponenziale (i farmaci del sistema nervoso centrale sono aumentati del +4,2%).
«E ciò dipende da invecchiamento della popolazione e da – spiega Roberto Raschetti, direttore dell'Osservatorio sull'impiego dei farmaci dell’Iss – abitudini di tipo socio-culturali. In Italia, complice anche la crisi, peggiorano gli stili di vita e le condizioni psichiche di persone che tutti i giorni fanno i conti con lavori precari».
Per quanto tempo ancora la demonizzazione dell’antipsichiatria rifiuterà di considerare la pressione dei numeri e le violenze che si celano dietro le istituzioni psichiatriche? Dati alla mano ci chiediamo: ma siamo sicuri che la legge Basaglia ci abbia liberato dai manicomi? Le pratiche coercitive della psichiatria sono o non sono una diretta prosecuzione delle pratiche manicomiali?
Sembrerebbe proprio di sì.
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